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Mercoledì, 18. Aprile 2007

Bullismo: Suicidatosi per essere stato definito gay; Scoop falso di Rai e Mediaset-Prozac anche ai bambini

di teenchallenge, 12:02
 

"A tu per tu con Gianfranco"

Gianfranco Giuni, direttore de L'Arca Teen Challenge, ogni mercoledì alle ore 12.05 nella trasmissione Liberi da, analizza in chiave sociologica le notizie di attualità e i fatti che avvengono attorno a noi per trarne consigli utili nella vita di tutti i giorni.
Nel sito di CRC (
crc.fm - circuito radio cristiane)  potrete trovare le informazioni per ascoltare via radio, via satellite oppure direttamente sul vostro PC la trasmissione. Vi ricordo che Franco Sellan è colui che conduce la trasmissione e l’intervista.  Aspettiamo i vostri commenti, buona lettura.
 

Franco: questa settimana vogliamo iniziare con un articolo o meglio con il resoconto dei primi mesi di questo programma per la lotta, chiamiamola così, del bullismo, da parte del ministro Fioroni e soprattutto dai primi dati usciti fuori dal numero verde, che vuole aiutare i ragazzi che hanno problemi di bullismo; i dati: ci sono già state cinquemila telefonate, praticamente centoventi chiamate al giorno e dai dati si riscontra che il 37,5% di queste chiamate sono state fatte da genitori o da famigliari, il 31,4% da insegnanti e il 23,2% da studenti; nel 69% dei casi, delle chiamate, c’è denuncia appunto, di episodi di prepotenza e di violenza; la maggior parte delle chiamate viene dalle scuole di primo grado, il 35%, dalle primarie 25%, dai licei 19%. Gianfranco, un primo commento su questi primi dati di tutte queste chiamate che ci sono state a questo numero verde. Gianfranco: ma è difficile fare un commento senza conoscere poi veramente il contenuto delle chiamate, anche perché tante volte i fenomeni di bullismo sono molto soggettivi nel senso che, fenomeni che vengono considerati poi delle prese in giro bonarie da alcuni, vengono letti come delle prevaricazioni molto pesanti da altri; d’altra parte il bullismo in se stesso è difficilmente definibile, dove finisce la presa in giro amichevole o scherzosa e dove inizia il fenomeno vero e proprio della prevaricazione e dello sfruttamento, dell’oppressione della persona, perché dipende sia dagli atti oggettivi che da come vengono vissuti in maniera molto soggettiva; quindi su questo bisogna vedere un attimo, quindi i dati bisogna considerarli un pocchettino con le pinze, comunque è senz’altro interessante il fatto che, almeno qualcuno si stia ribellando o diciamo segnalando questi episodi, questo è senz’altro molto interessante ed è interessante vedere quanti fenomeni sono stati denunciati in questo tempo; purtroppo, tante volte, queste segnalazioni ai telefoni, rimangono più degli sfoghi, così, fini a se stessi, che non delle segnalazioni che possono veramente innescare una lotta al bullismo, perché nel momento in cui si telefona a un numero verde, si c’è lo sfogo ecc., ma di fatto se non ci sono gli estremi, una denuncia, una segnalazione ufficiale alle autorità competenti, viene ad essere qualcosa di abbastanza campato in area; serve per far conoscere la dimensione del fenomeno, ma a poco per un intervento veramente attivo verso la repressione, che ricordiamo, come avevamo già detto nel passato, passa attraverso una, se mi permettete la parola, ribellione delle vittime, nel senso che sono le vittime e gli spettatori, di questi fenomeni, che danno valore e danno potere alla persona che gli mette in atto, se non c’è una vittima, se non ci sono soprattutto gli spettatori che danno un potere, che danno una platea a chi si comporta in quel modo, il comportamento in se stesso, perde molto del suo valore, tante volte simbolico. Franco: un episodio, di cui si è sentito molto parlare, che purtroppo è finito male, perché un ragazzo praticamente da un fenomeno di bullismo si è ucciso, si è gettato nel vuoto ed è morto, un figlio di una filippina, collaboratrice domestica, che appunto viveva in Italia, aveva tre figli questo è uno dei tre figli, che frequentava un istituto tecnico commerciale nei pressi di Torino, una seconda classe; questo ragazzo praticamente è stato deriso dai suoi compagni, che lo chiamavano Jhonatan, un famoso personaggio, del famoso grande fratello, che appunto era un gay, veniva deriso per questo fatto qua, e questo ragazzo si è ucciso, lasciando in un biglietto, appunto ha scritto che non si sentiva integrato, non si sentiva accettato, si sentiva diverso; dalle interviste che ho sentito, una cosa che fa pensare, che le persone attorno, proprio le persone nella scuola, i dirigenti, non si erano mai accorti, se non per una segnalazione, addirittura due anni prima, di questo ragazzo, non si erano ma accorti di questo disagio, di questo ragazzo; può succedere che un disagio del genere venga anche nascosto, se possiamo così dire, Gianfranco. Gianfranco: può succedere, succede più spesso di quanto pensiamo, perché i fenomeni di bullismo vengono portati avanti nell’assenza degli operatori scolastici, specialmente degli insegnanti; quindi molti fenomeni passano inosservati, perché avvengono all’ingresso o all’uscita dalla scuola, durante gli intervalli, in situazioni dove non c’è un’osservazione diretta dell’insegnante o della persona che dovrebbe sovrintendere la classe; quindi questo può senz’altro succedere, per di più volte ci può essere un non prendere i seria considerazione certi fenomeni perché, dall’osservazione che viene fatta non sembrano così gravi, quindi magari non si interviene per quello, altre volte non si interviene per quello, altre volte non si interviene perché si ritiene o si è visto l’inutilità di questo; ricordo di episodi nei quali gli insegnanti stessi non sapevano come intervenire, perché a loro volta erano stati minacciati dai genitori degli alunni, quindi possono essere tante le motivazioni per cui il fenomeno può passare inosservato, può non essere denunciato e portato alla luce; evidentemente la madre di questo ragazzo si era accorta di qualcosa, aveva fatto una segnalazione, che per qualche ragione, non sappiamo quali e non vogliamo entrare nel merito del caso, non era stata presa in grande considerazione oppure non c’erano stati gli elementi su come intervenire in quella particolare situazione; senz’altro un ragazzo che risentiva molto di queste prese in giro, una situazione difficile alle spalle dal punto di vista famigliare; quello che mi lascia più perplesso del fenomeno, che secondo me ha preso una connotazione un po’ diversa da quella che avrebbe dovuto avere, è l’enfasi che è stata data agli insulti, alla presa i giro, dando, attribuendo a questo ragazzo un ruolo di omosessuale, di gay; ora, non credo che fosse una presa in giro, se conosco un pochettino l’ambiente scolastico dei ragazzi, degli adolescenti, che ce l’avessero con i gay in particolare, per una discriminazione, ecc.ecc., come si è sentito su alcuni mass media; nell’ambiente normalmente, quando i ragazzi scherzano fra di loro ecc., il dare a un altro l’appellativo di omosessuale, viene visto come un insulto, come una presa in giro e senza aver a che fare con il mondo degli omosessuali che, per altro, i ragazzi stessi, molti dei ragazzi stessi, ritengono, anche se non approvano, un modo alternativo di vivere la sessualità, quindi, rientrava, secondo me, in certi “giochi”, tra virgolette, molto pesanti tra ragazzi e questo ragazzo evidentemente era molto più sensibile e non ce la faceva alla presa in giro, non tanto al fatto dell’omosessualità, una mia valutazione, quanto alla presa in giro in se stessa. Franco: come dicevi tu poi, ogni persona reagisce in maniera diversa ai rapporti con le persone, in questo caso a certi insulti, questo ragazzo ha reagito in questo modo, e sembra, dalla storia, da quanto ho potuto vedere anche dalle interviste, che comunque c’era un certo disagio anche al di fuori della scuola, proprio per la sua situazione diciamola quasi famigliare. Gianfranco: si, per quello che dicevo, tante volte il problema non è quello che viene detto, ma il fatto che venga detto, il fatto che il ragazzo si senta messo da parte, che gli venga detto che è omosessuale, piuttosto di uno schieramento politico, piuttosto che di una etnia particolare, o come succedeva nel passato tra nord e sud, tra polentoni e terroni; quello che è pesante, quello che influisce molto, è l’emarginazione, l’esser messo da parte, con quale che sia l’appellativo che gli viene dato, quindi è il fenomeno in se stesso, più che il contenuto del fenomeno che è pericoloso. Franco: un altro episodio invece, che ci fa vedere un altro aspetto della situazione del bullismo oggi, che è successo invece nel mondo del giornalismo, due emittenti televisive, sia della Rai che di Mediaset, hanno ripreso una storia e l’hanno, diciamo, messa, sparata nelle notizie, dicendo che, facendo proprio vedere un filmato, tratto dal famoso YouTube, facendo vedere una scena, proprio di bullismo, inquadrandola in una scuola, raccontando praticamente una storia; in realtà poi questa storia è stata smascherata da Striscia la notizia, che ha mostrato che non era un filmato che riguardava il bullismo, ma gli stessi giornalisti hanno ripreso questo portandolo nell’argomento del bullismo. Si può dire che anche in questo caso c’è, possiamo definirlo, un accanimento giornalistico, una ricerca spasmodica della notizia, addirittura del bullismo. Gianfranco: be quello succede sempre, non dovrebbe meravigliarci, in quanto, quando c’è un fenomeno che fa colpo, poi si va sulla scia di questo e si ricerca di ampliarlo, di evidenziarlo, perché la notizia tira, quindi, questo succede per qualsiasi notizia nel nostro mondo; è preoccupante, dal punto di vista giornalistico, dal punto di vista dell’informazione, il fatto che dei giornalisti abbiano spacciato per fenomeno di bullismo e così via, un filmato che era costruito ad arte, quindi sarebbe come prendere degli spezzoni di un film, e presentarli come scena reale; ora, questo è già successo nel passato, con la famosa invasione dei marziani, trasmessa negli Stai Uniti, ma subito dopo è stata smascherata, perché era uno scherzo che serviva per vedere la reazione del pubblico, in questo caso serviva solamente per creare, un caso giornalistico, questo mi sembra estremamente preoccupante, perché manca di serietà e di deontologia professionale. Franco: cambiamo totalmente argomento; da un articolo apparso in questo giorni su Il Giornale, scritto dal responsabile della comunità di San Patrignano, Andrea Muccioli, si parla di una notizia che è apparsa appunto, riguardo ai bambini; anche in Italia c’è la possibilità di dare il Prozac ai bambini; leggo alcune righe di questo articolo, che inquadra un po’ la situazione. La medicalizzazione della società, cioè l’illusione che ogni forma di sofferenza, di malessere, di disagio possa essere curata con la pillola giusta, è la tendenza più inquietante di questi ultimi anni. Essa è parte integrante della sottocultura del “tutto e subito”, dell’idea cioè che ogni risultato che ci prefiggiamo non si necessariamente figlio della dedizione, dell’impegno, dell’applicazione, ma possa essere ottenuto grazie a una scorciatoia: la strada più breve e meno irta che ci evita la fatica di soffrire, di fare sacrifici e di metterci in discussione. Di esempi ce ne sono molti. Il caso de Prozac ai bambini, definitivamente sdoganato dall’Agenzia italiana del farmaco, ne è testimonianza evidente. Bisogna chiedersi: quanto costa ascoltare tuo figlio, rispondere alle sue domande, esserci, riconoscere un suo malessere, pensare a come poterlo risolvere, mettersi nei suoi panni, capire cosa pensa e cosa può volere, essere in quel momento lui? E quanto costa, invece, assolversi grazie alla diagnosi di un medico che ti dice che ha bisogno di un aiuto farmacologico per superare i suoi problemi? Il problema è tutto qui e si chiama delega educativa. Gianfranco, questa voglia di risolvere, ne abbiamo già parlato una volta, i problemi tutto e subito, anche in un normale atteggiamento infantile, con una pillola, è il risultato del modo di vivere di oggi? E la domanda, che conseguenze avrà, questo modo di fare anche sui bambini. Gianfranco: ma, anni fa, a un incontro, nella quale ho partecipato, di esperti del mondo della tossicodipendenza, e d’altra parte ricordiamoci che l’articolo è stato scritto da una persona, che da molti anni vive il problema della tossicodipendenza, dal punto di vista dell’aiuto a chi ha questo problema, quello che emergeva era, che la cultura del tossicodipendente, che una volta era estremizzata, la subcultura della tossicodipendenza, che era estremizzata, ma esprimeva alcune tendenze della società contemporanea, è diventata la cultura attuale, la cultura del non voler soffrire, la cultura del voler trovare la strada veloce, chimica, verso una anestesia delle proprie emozioni; il precariato, il fatto di vivere una vita basata sul momento senza progetti futuri al lungo termine, questo qui, che prima era una caratteristica di questa subcultura, adesso fa parte integrante della cultura che stiamo vivendo, della nostra società; quindi, senz’altro Muccioli, dal suo punto di vista di aiuto a persone che abusano di sostanze, vede questo pericolo e vede come le droghe sono sempre state usate per evitare di affrontare i problemi, l’uso di farmaci in questo modo, va nella stessa direzione, si cerca sempre di più, di trovare una soluzione non comportamentale, che richiede un impegno, ma chimica, medica, genetica o di altro tipo, ma che deresponsabilizza l’individuo, semplicemente togliendo i sintomi del disagio; il fatto di incominciare a usare farmaci psicoattivi con dei bambini, invece di ascoltarli, di essere con loro, di dedicar del tempo, perché adesso ce ne meno, perché siamo impegnati in tante altre cose, preoccupante perché è una fuga dalla realtà, questo ricordiamocelo, la fuga dalla realtà non porta ma i a niente di buono, potremo collegarci con l’uso delle sostanze, la libertà di usare sostanze psicoattive, dalla cannabis in su, o in giù, a seconda di come vogliamo andare, di fatto non è una libertà, perché non c’è una reale libertà nell’ingannarsi riguardo alla vita che stiamo vivendo, mascherando e tagliando le nostre emozioni; i bambini che affrontano la vita col farmaco, non imparano a gestire le loro emozioni e si troveranno impreparati e gestire difficoltà, le frustrazioni, i problemi che incontreranno poi nell’età adulta. Franco: interessante, primo non lo ho letto, il titolo anche di questo articolo di Andrea Muccioli: “Altro che pillole, basterebbe un po’ di pazienza”, forse  è questo che oggi manca, soprattutto con i bambini; come ti dicevo prima però, ce da chiedersi, quali saranno le conseguenze, proprio nel rapporto, nella vita di questi bambini che già iniziano a usare queste sostanze per risolvere i loro problemi. Gianfranco: ma, come accennavo, una delle conseguenze possibili è che avendo certe emozioni tagliate, tarpate da un farmaco, non impareranno a gestirle senza, con la possibilità che nell’età adulta non sappiano gestire momenti di difficoltà, di frustrazione, di tristezza, qualsiasi sensazione spiacevole, non saranno capaci di gestirla se non attraverso un farmaco, e questo già attualmente è una tendenza che stiamo vedendo di ragazzi adolescenti che non sanno gestire la frustrazione e quindi fenomeni di vario tipo, dalle dipendenze al bullismo alla violenza e via dicendo, in questo caso gli abbiamo già aperto la strada, ricorri al farmaco che non ti fa sentire male.

                                                                             a cura di F.S.