Indagine ISTAT sulla povertà in Italia-Calato il numero di aborti, ma?
di teenchallenge, 12:02
"A tu per tu con Gianfranco"
Gianfranco Giuni, sociologo e direttore de L'Arca Teen Challenge, ogni mercoledì alle ore 12.05 (in replica mercoledi sera alle 24.00 e sabato alle 10.00 e alle 22.00) nella trasmissione Liberi da, analizza e commenta, in chiave sociologica e crstiana, le notizie di attualità e i fatti che avvengono attorno a noi per trarne consigli utili nella vita di tutti i giorni.
Nel sito di CRC (crc.fm - circuito radio cristiane) potrete trovare le informazioni per ascoltare via radio, via satellite oppure direttamente sul vostro PC la trasmissione. Vi ricordo che Franco Sellan è colui che conduce la trasmissione e l’intervista. Aspettiamo i vostri commenti, buona lettura.
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Franco: questa settimana vogliamo avvalerci nuovamente, come già abbiamo fatto nelle ultime puntate, di un indagine dell’ISTAT, un’indagine che è stata anche ripresa da diversi quotidiani, è stata ripresa e commentata, anche per i dati che l’ISTAT ha tratto da questa indagine. Parleremo ella povertà relativa in Italia, nell’anno 2006. “Nel 2006 le famiglie che vivono in situazioni di povertà relativa sono 2 milioni 623 mila e rappresentano l’11,1% delle famiglie residenti; si tratta esattamente di 7 milioni 537 mila individui poveri, pari al 12,9% dell’intera popolazione. La spesa media mensile per persona rappresenta la soglia di povertà per una famiglia di due componenti che, nel 2006, è risultata pari a 970,34 euro (il +3,6% rispetto alla linea del 205). Le famiglie composte da due persone che hanno una spesa media mensile pari o inferiore a tale valore vengono considerate, classificate come povere.” Poi vedremo alcuni dati più approfonditi rispetto alla divisione in Italia, di questa povertà, ma Gianfranco, un primo commento su questo dato riguardo ala povertà relativa delle famiglie in Italia. L’11,1%, pari a 7 milioni 537 mila individui. Gianfranco: dobbiamo rimarcare bene il concetto di povertà relativa, perché normalmente, quando si parla di poveri, si introduce un concetto che è molo fluttuante, a seconda delle culture, a seconda del momento storico, a seconda della società, e via dicendo, con poveri si intendono persone diverse; ora nel nostro contesto, nella nostra società italiana, dire che una famiglia povera, è una famiglia che ha una spesa media pro capite, di 900 euro mensili, è chiaro che fa sorridere, popolazioni o culture nel quale la spesa media è magari di 50, 60 euro mensili, verremmo considerati straricchi rispetto a loro; quindi dobbiamo rimarcare il concetto che quando si parla di povertà relativa nelle statistiche, nelle ricerche e quindi come viene riportato poi dai mass media, si dice sempre che rispetto a una certa media nazionale, c’è un certo numero di famiglie, la cui spesa mensile è inferiore alla media della spesa famigliare italiana. Che questo non vuol dire che non abbiamo magari necessariamente i mezzi di sopravivenza, ma semplicemente che hanno un reddito e quindi dei consumi inferiori a una certa media. Questo è molto importante per non dare neanche l’idea di persone povere, cioè che sono per strada, che non hanno assolutamente soldi per niente, che non riescono a sopravvivere, che non hanno il minimo indispensabile per la vita. Ci sono anche queste famiglie, ma rappresentano una percentuale molto inferiore a quell’11% a cui facevi riferimento. Franco: bisognerebbe forse analizzare e vedere se ci sono dei dati per capire, come questa cifra media che viene individuata come soglia di povertà, poi viene suddivisa per le varie spese di una famiglia, Gianfranco. Gianfranco: esatto, perché anche un’analisi del tipo di consumi sarebbe interessante, infatti, quando si parla di povertà invece assoluta, per contro alla povertà relativa, per povertà assoluta si intendono proprio quei redditi, che in un dato contesto sociale, economico, impediscono la sopravvivenza, cioè le persone non hanno il minimo indispensabile, per la loro sopravvivenza e anche li bisognerà tener conto del contesto locale, perché è chiaro che, bisognerà definire e non è sempre facile, che cosa si intende per sopravvivenza; in alcune culture, per sopravivenza si intende non avere da mangiare e morire di fame, in altre culture può voler dire altre cose. Senz’altro bisogna tenere presente quali sono i beni ritenuti indispensabili per la famiglia; sempre di più, tanto per fare un esempio, che non hanno nessun valore morale, ma semplicemente per richiamare come le cose sono cambiate nel tempo, attualmente il possesso di una casa nel quale vivere, viene considerato un aspetto estremamente importante e non un lusso; alcuni decenni fa era comunissimo vivere in affitto, perché solamente poche persone potevano permettersi di avere una casa di proprietà, era quasi un lusso, un privilegio avere una casa di proprietà nella quale vivere; adesso viene considerato un diritto quello di avere una casa di proprietà; quindi, le cose stanno cambiando nel tempo, non dobbiamo farci confondere dalla nostra percezione dalla povertà e dalla nostra cultura, quando nelle ricerche si parla di povertà relativa, di povertà assoluta, si intende parlare di concetti che no sempre sono sovrapponibili con la percezione immediata e popolare del termine. Franco: analizzando i dati più a fondo, se la media nazionale è dell’11,1% è più o meno uguale negli ultimi 4 anni, praticamente l’anno scorso è lo stesso dato, analizzando più a fondo i dati per zone o per regioni, si vede una grossa differenza; al nord praticamente si va da una media del 5,2%, l centro il 6,9% e poi c’è un balzo enorme al mezzogiorno, al sud si va al 22,6%; praticamente un dato, il triplo, il quadruplo quasi, il doppio rispetto alla media nazionale, però molto più alto rispetto al nord. Però, guardando nei dati le varie regioni, vediamo che al nord c’è stato un aumento, dal 4,5 si è passati al 5,2, nel centro dal 6 al 6,9, il sud invece si è abbassato, dal 24 al 22,6%. Anche qui per capire dovremmo dei dati più a fondo, ma come mai c’è questa grossa differenza tra nord e sud, riguardo alla povertà famigliare, Gianfranco. Gianfranco: ma questo è una cosa ormai storica, di una maggiore presenza di lavoro al nord e al centro nord, piuttosto che al sud e al centro sud. No per niente l’immigrazione è sempre stata negli ultimi decenni, dal sud verso il nord; al nord più industrializzato ha più possibilità di lavoro, il sud da meno possibilità di lavoro, è più agricolo e meno industriale, quindi questo crea delle grosse sperequazioni da questo punto di vista. Quindi, questo è comprensibile e si vede proprio nella, si osserva nella vita economica di tutti i giorni. Sarebbe interessante incrociare questo con il livello scolare, che paradossalmente in tutta questa situazione e questo complica ovviamente i dati, al sud tende ad essere molto superiore per quanto riguarda i laureati che non ad esempio una città al nord-est dell’Italia. Proprio legato al fatto ad esempio della presenza di lavoro, dove c’è lavoro si tende ad inserirsi nel mondo del lavoro più in fretta per guadagnare prima possibile, dove non c’è lavoro si tende a studiare di più sperando che un titolo di studio maggiore, offra più possibilità di lavoro, però questo vuol dire anche che ci devono essere le condizioni economiche per poterlo fare, quindi i dati sono sempre da prendere un po’ con le molle nella loro interpretazione incrociandoli anche con altri fenomeni che tante volte vengono esclusi dall’osservazione, perché osservando con un certo filtro con certe più ricerche, ovviamente non si altri dati che emergono con altri tipi di ricerche. Franco: tu parlavi di lavoro, bisognerebbe forse capire se in questa indagine, di cui parla l’ISTAT, con un campione di circa 28.000 famiglie, il discorso del lavoro viene analizzato nel modo specifico perché al sud a volte c’è il lavoro però magari non viene dichiarato. Gianfranco:
si, quando si parla normalmente di lavoro si intende un lavoro regolare, non un lavoro nero. Perché se consideriamo il lavoro nero, già di fatto che non possiamo considerarlo, perché è lavoro nero quindi è difficilmente osservabile; senz’altro questo ha una grossa influenza in certe zone perché se no non si spiegherebbe come mai, con redditi ufficiali da povertà assoluta, si riesce ad avere un livello di vita osservabile e un livello di spese molto superiore a quello che dovrebbe essere quello possibile. Tanto per fare un esempio molto semplice: se in una famiglia ci sono 5 persone di cui nessuna lavora e vivono con la pensione del nonno di 600 euro al mese, come fanno tutti ad avere il cellulare, ad andare a mangiare in pizzeria e ad avere la macchina. E’ chiaro che questo fa vedere una presenza di altre fonti di reddito che spesso è lavoro nero e tante volte quella è l’unica possibilità per poter lavorare, quindi senza demonizzare il lavoro nero in se stesso in questa situazione. Tante volte il lavoro nero viene ad essere una esigenza per poter sopravvivere, si accetta di essere magari anche sottopagati, pur di avere il minimo o perlomeno una qualche fonte di reddito che ti permetti di andare avanti. Franco: un’ultima domanda su questo argomento; dal punto di vista cristiano, dal punto di vista biblico, abbiamo alcuni esempi di povertà, di come viene affrontata la povertà e noi come cristiani come possiamo affrontarla soprattutto per aiutare famiglie in povertà. Gianfranco: ma, nella Bibbia viene spesso parlato di poveri e di ricchi, ma coi concetti di povertà assoluta. Nella Bibbia quando si parla di povertà si fa riferimento a persone che non hanno i mezzi di sopravvivenza, quindi i richiami fatti ai ricchi a favore dei poveri, hanno una valenza diversa da quella che potrebbe avere adesso, perché chi era povero, voleva dire che non aveva i mezzi di sopravvivenza, le vedove, gli orfani, nella Bibbia si parla molto di prendersene cura, ma il concetto era relativo proprio al fatto che, una vedova in quella cultura, in quel contesto, non poteva non aver possibilità di avere un reddito, non c’erano assistenti sociali, pensioni e via dicendo, questo portava a non poter sopravvivere a non aver da mangiare fisicamente, gli orfani erano in situazioni analoghe, quindi, nella Bibbia il popolo d’Israele e i cristiani poi, venivano esortati a prendersi cura di queste situazioni, perché si trattava di povertà assoluta; da questo punto di vista, come cristiani, l’affermazione che il cristiano è ricco, viene ad essere un’affermazione corretta, perché dal punto vista biblico, il ricco era una persona che aveva di che sopravvivere e aveva anche di più del minimo indispensabile per sopravvivere, proprio perché il concetto era totalmente diversi e quindi noi in una società occidentale, noi cristiani possiamo dire senza nessun problema, che noi siamo ricchi, nel senso che abbiamo molto di più di quello che è il minimo indispensabile per la vita. Quindi dobbiamo stare attenti anche come cristiani a non confondere l’uso dei termini; il povero nella Bibbia ma anche nelle società attuali, era la persona che non poteva andare avanti, noi che abbiamo molto di più di quello che ci serve per la sopravvivenza, siamo di fatto ricchi e siamo chiamati a prenderci cura di quelle situazioni, nella quali ci sono persone che non hanno quello che serve per la loro vita. Non in un contesto di derubare il ricco per arricchire il povero, ma di una maggiore equiparazione delle risorse dal punti di vista cristiano, tenendo presente che io non ho un diritto intrinseco alla ricchezza e l’altra persona ha un diritto o non ha un diritto intrinseco alla ricchezza, semplicemente in ogni caso una benedizione, un privilegio che Dio mi concede di avere dei mezzi superiori allo stretto necessario e sono incoraggiato a condividerlo con gli altri; molte delle feste ebraiche nel vecchio testamento, comportavano momenti di gioia, di allegria, di mangiare insieme, di far festa, ma veniva specificato molto spesso, ma non dimenticherai, l’orfano, la vedova e altre categorie di persone che non hanno quello che tu hai, ma le coinvolgerai in questa tua gioia, proprio per condividere con loro le benedizione che Dio ti da. Franco: cambiamo totalmente argomento, in questi ultimi minuti vogliamo parlare, commentare una notizia che è apparsa in questi giorni sui vari giornali, una dichiarazione praticamente del ministro Turco, che dice che gli aborti in Italia non sono mai stati così pochi, e dice, la legge non si tocca. Però troviamo vari commenti, perché i dati dell’anno scorso praticamente ci danno 130.033 aborti, che sono calati rispetto agli ultimi anni, ma sempre un numero enorme. Nicola Natale, primario ospedaliero in Lombardia e vice presidente della Società italiana di ginecologia e ostetricia, dice, quello che non è cambiato invece è la mentalità, quello che non viene mai segnalato è quante volte in un anno avviene la contracezione di emergenza, la famosa pillola del giorno dopo, esperienza di tutti i ginecologi, dei pronto soccorso, il fatto che frequentemente si presentano donne o coppie prevalentemente giovani che la chiedono. Che essa abbia un effetto abortivo o sia, come ritengono altri, una contracezione di emergenza, resta comunque espressione di una volontà abortiva non certo di una diffusione della prevenzione dell’aborto. Gianfranco, dati in calo ma sempre dati, diciamo numeri molto alti, 130.000, morti, aborti all’anno. Gianfranco: si, non sono per niente pochi, e qui possiamo aprire 2 filoni di analisi; uno è dal punto di vista morale, quindi, di fatto di considerare l’aborto un omicidio in embrione nel vero senso della parola, e quindi con tutta la carica morale di male che ci può essere attaccata di errore e via dicendo, l’altro dal punto di vista come viene considerato l’aborto, perché è vero che come affermava il ginecologo, se l’aborto viene considerato un modo per superare un problema che la gravidanza mi sta causando, allora è veramente una questione molto grave, perché è una questione di mentalità, mentalità che può essere legata la proprio egoismo, al fatto di non voler cambiare il proprio stile di vita, un problema derivante dalla impossibilità di far fronte a una gravidanza, anche dal punto di vista economico, questo si riallaccerebbe al discorso che facevamo prima sulla povertà e via dicendo e su questo un breve commento a ponte dei due argomenti; a volte c’è un’aspettativa o un’idea di come deve essere educato, allevato un figlio, con degli standard così alti dal punto di vista economico, che rende impossibile l’idea di averlo e quindi si cerca di abortire, mentre con degli standard più bassi, magari una gravidanza e un figlio sarebbe stato possibile affrontarli senza problemi insormontabili. Banalmente se un figlio al posto di vestirlo con abiti firmati, lo vesto con abiti buoni, dignitosi, ma non necessariamente firmati mi costa molto meno e magari posso permettermelo senza dover abortire. Quindi, poi ci sono ovviamente tutta quella serie di aborti, dovuti a problemi più forti che possono essere da violenze, da situazioni insostenibili famigliari e via dicendo, fattori di rischio dovuti a malattie e via dicendo. Sarebbe interessante vedere quali sono, quanti sono gli aborti dovuti a patologie mediche e quindi aborti terapeutici propriamente detti e quanti sono collegati semplicemente a disagi psicologici della madre; che ricordiamo, che disagio psicologico vuol solamente dire, può, non necessariamente, può anche solamente dire, non ce la faccio a sostenere la gravidanza, mi manda in crisi, mi fa deprimere e questo può essere considerato un motivo valido per l’aborto, in quanto va ad intaccare lo stato e l’equilibrio di salute psichico della madre. Su questo si potrebbe discutere molto, senz’altro un aborto è considerato un po’ come, un togliamoci un problema che non volevamo avere giocando con il sesso; è un discorso culturale molto difficile; il fatto che siano diminuiti gli aborti, dovrebbe essere visto anche riguardo alle nascite, perché se fosse cambiata la mentalità a una diminuzione di aborti, dovrebbe corrispondere anche un aumento di nascite o di sviluppo di altri mezzi di contraccezione; di fatto mi sembra, dalle analisi che sono state fatte, che questo no ci sia e quindi si tratta sempre di una forma un po’ forse egoista di affrontare un problema, al posto di andare alla radice del problema stesso, quindi a un’educazione alla sessualità, a un’educazione alla prevenzione, a un’educazione a un corretto uso di strumenti e di relazione soprattutto che si deve essere in una società civile.
A cura di F.S.


