Eroina, dilaga tra i minori-Anoressia, siparla poco ma è molto diffusa
di teenchallenge, 12:02
"A tu per tu con Gianfranco"
Gianfranco Giuni, sociologo e direttore de L'Arca Teen Challenge, ogni mercoledì alle ore 12.05 (in replica mercoledi sera alle 24.00 e sabato alle 10.00 e alle 22.00) nella trasmissione Liberi da, analizza e commenta, in chiave sociologica e crstiana, le notizie di attualità e i fatti che avvengono attorno a noi per trarne consigli utili nella vita di tutti i giorni.
Nel sito di CRC (crc.fm - circuito radio cristiane) potrete trovare le informazioni per ascoltare via radio, via satellite oppure direttamente sul vostro PC la trasmissione. Vi ricordo che Franco Sellan è colui che conduce la trasmissione e l’intervista. Aspettiamo i vostri commenti, buona lettura.
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Franco: questa settimana vogliamo iniziare con un argomento che ci tocca personalmente, come associazione e tocca te anche personalmente per il tuo impegno soprattutto nella prevenzione delle dipendenze, parleremo di eroina, soprattutto da un articolo dell’Espresso, intitolato: “Baby eroina”, dell’uso di eroina soprattutto tra i minorenni. Vi leggo alcune righe, proprio all’inizio di questo articolo, per introdurre questo argomento. “Abbattuti tutti i muri della droga e della noia, ai teenager restava l'ultimo tabù: l'eroina. Dimenticate i tossicodipendenti con il maglione arrotolato, il laccio emostatico e la siringa nel braccio. La tragedia dei minorenni italiani è ancora invisibile. Si chiama brown-sugar: eroina da sniffare o da inalare sulla carta stagnola. La scaldano sulla fiamma di un accendino, nascosti in casa, in discoteca o nei bagni delle scuole. Basta poco. Niente ago, niente paura dell'Aids, niente buchi sulla pelle. Il passaparola del sabato sera dice che non è pericoloso, che non c'è rischio di overdose, né di dipendenza. Ma l'eroina è la bestia di sempre. Un viaggio da cui è faticoso tornare. E i risultati di questo boom di consumi, esplosi negli ultimi sei mesi, sono spaventosi. A Verona il Sert, il servizio per le tossicodipendenze, da pochi giorni ha in cura una ragazzina di 12 anni e mezzo. A Padova da qualche settimana si stanno occupando di due adolescenti di 16 anni. E di quattro ragazzine che fumavano eroina: 14, 15 e due di 17 anni. A Faenza, invece in provincia di Ravenna, la più giovane eroinomane ha cominciato la terapia disintossicante che non aveva ancora 15 anni. Ha raccontato di essere stata iniziata alla droga da un'amica di scuola, che già fumava eroina.” Gianfranco, torna di nuovo questo problema dell’eroina, cambia il modo dell’uso dell’eroina, ma soprattutto da queste prime righe, il problema più grosso è che questi ragazzi così giovani, da quello che dice l’articolo, sentono loro che non è pericoloso, non c’è rischio di overdose e non c’è rischio di dipendenza e l’altro punto importante, soprattutto l’abbassamento forte dell’inizio dell’uso di questa sostanza. Gianfranco: si, dei dati molto importanti e senz’altro non tranquillizzanti. Non dico che potevamo aspettarcelo, perché è sbagliato, ma senz’altro dopo un calo dell’uso di eroina negli anni, si sta tornando a un aumento dell’uso di questa sostanza anche se in modo molto differente. Questo è il dato più importante da tenere presente. Attualmente la sostanza viene ad essere la stessa, ma si tende ad usarla in modo diverso, cosa vuol dire, come possiamo leggere questo dato; un modo per leggere è che di tutta la prevenzione sulla droga che è stata fatta negli anni, il messaggio più importante che è passato è che la droga fa male perché iniettata. La paura o la pericolosità del buco, della siringa. Incominciando a usarla in maniera diversa, viene ad essere sfatato l’idea della pericolosità di questa sostanza, perché non la buco, quindi non è così pericolosa, il fatto di fumarla o il fatto di sniffarla, come si da con altre sostanze, che vengono considerate meno pericolose, come il fatto di fumare dell’hashish o sniffare della cocaina, da l’idea che tutto sommato, si è una droga ma non è così pericolosa, non fa così male, come bucarla. Quindi la metodologia di assunzione da anche l’idea che non sia così pericolosa, poi l’effetto essendo meno violento che non iniettata, da meno la paura dell’overdose di questa sostanza. Franco: questo modo di pensare, proprio di, che non sia una sostanza pericolosa, perché non viene più iniettata con l’ago e non provoca ovviamente magari problemi di AIDS, in un certo senso la rende ancora più pericolosa e più facilmente friubile. Gianfranco: più subdola, esattamente perché quando una cosa viene reputata non pericolosa, se ne sottovaluta la pericolosità effettiva, quindi c’è questo aspetto, per di più costando meno, essendo sceso il prezzo, che anche questo non dobbiamo mai dimenticare che è un gioco anche di mercato economico, se abbasso il prezzo aumenta la vendita è una legge del mercato, che viene in tante altre situazioni, in questo caso viene utilizzata dalla mala vita; se abbasso il prezzo ne distribuisco di più, incremento l’uso, quindi la diffondo, aumentano il numero di persone che la usano, e via dicendo, quindi, in questo modo anche le persone molto più giovani incominciano ad utilizzarla, ma con motivazioni diverse, non è più la fuga dalla realtà, per spiacevole, non è più l’affrontare problemi irrisolvibili famigliari, ma è molto più legata alla ricerca di momenti di svago, di sballo, di divertimento e nono di fuga dalla situazioni spiacevoli in assoluto o in se stessa.
Franco: continuando nell’articolo, un’altra sensazione che si ricava dall’esperienza di questi ragazzi, la troviamo scritta un po’ più avanti e dice così:”I ragazzi tra i 15 e i 20 anni che arrivano ai Sert di solito non si sentono tossicodipendenti. A volte si sottopongono a una terapia soltanto come misura alternativa perché sono stati sorpresi dalle forze dell'ordine. "Non sanno fare autocritica in merito al proprio uso di sostanze", rivela Georgia Sapudzi, psicologa al Sert di piazzale Accursio di Milano: "Anche se riconoscono di essere informati sulle droghe, negano la propria identità di dipendenza. Questo è anche dovuto alla banalizzazione del concetto di benessere. Pensiamo –dice l’articolo- a come la pubblicità televisiva presenta alcuni antinfluenzali: prendi la pastiglia e subito sei a posto.” Altro problema questo di sentirsi un dipendente, un tossicodipendente, un problema anche per aiutare questi ragazzi. Gianfranco: questo è un problema che c’è sempre stato, nel senso che per aiutare qualcuno a cambiare, il primo passo è quello che la persona accetti la sua condizione, il punto fondamentale in qualsiasi percorso di aiuto, è il riconoscimento del proprio stato, questo precede qualsiasi percorso di aiuto; quindi, finche una persona non riconosce di essere un tossicodipendente, non ricercherà mai nessun aiuto per uscire da questa dipendenza. Molto spesso i ragazzi a quell’età, sono ancora in quella che una volta veniva chiamata, dai tossicodipendenti storici, la luna di miele con la droga. Quel momento nel quale tutto è bello, nel quale le sensazioni sono solamente piacevoli, non si è ancora cominciato a sperimentare il brutto, pesante dell’uso della sostanza e quindi si è coinvolti, non soltanto a un livello spirituale, dell’uso di sostanze, nel senso di dare a questa sostanza il ruolo di governare il benessere della nostra vita, non si è coinvolti solo a livello emozionale pensando che questa sostanza mi fa sentire bene, ma c’è un grosso coinvolgimento a livello razionale pensando che non c’è niente di sbagliato, quindi una giustificazione, una difesa dell’uso di questa sostanza. Purtroppo il riconoscimento della propria dipendenza, avviene quando c’è un coinvolgimento negativo e molto forte, dal punto di vista fisico, ma allora è coinvolta tutta la sfera della persona nei suoi aspetti e questo rende l’uscire dalla tossicodipendenza, dalle dipendenze in generale molto più difficile. Franco: ancora un’ultima cosa su questo argomento, la troviamo da Riccardo Gatti, direttore del dipartimento dipendenze della Asl di Milano: “Le premesse –dice- sono pessime, se non facciamo qualcosa per fermare subito quanto sta avvenendo, ancora una volta, come è già successo, rischiamo di vedere bruciare almeno due generazioni di ragazzi. La lotta alla droga è ferma a venti anni fa.” Gianfranco, cosa si può fare sopratutto in questo campo dell’uso di eroina a quest’età così giovane. Gianfranco: secondo me è un fallimento completo delle politiche che sono state fatte sul controllo dell’uso di droghe, nel senso che si è andati da concetti di repressione della droga a cocenti molto permissivismi, il messaggio che è passato, ricordiamocelo, in tutti questi anni di prevenzione della droga e di controinformazione da parte di vari gruppi e varie lobby sulla liberalizzazione delle sostanze, il messaggio che è passato è che drogarsi non è sbagliato, che drogarsi non fa male, l’unica cosa che è sbagliata e che fa male è esagerare con l’uso di queste sostanze. Siccome i due messaggi sono stati contradditori e venivano da persone diverse, gli uni erano gli esperti e le persone coinvolte nel problema droga, quelli che dicevano che la droga fa male, gli altri, dal punto di vista molto più politico, esponenti politici che però avevano una cassa di risonanza molto maggiore, facciamo tutti rumore, il messaggio che è passato, di fatto è stato un messaggio sbagliato. Adesso ci troviamo ancora ad aver a che far con vecchie sostanze, con un coinvolgimento di persone sempre più giovani, ma paradossalmente gli educatori, le persone che potrebbero aiutarle, sono quelli che hanno difeso e hanno contribuito alla difesa della liberalizzazione delle sostanze; quindi c’è questa contraddizione, da una parte chi lavora in mezzo a consumatori e a tossicodipendenti continua a lanciare allarmi dicendo: la droga c’è, la droga fa male, la droga si sta diffondendo sempre di più e chi dal punto di vista, tante volte politico dice, non c’è niente di male, non c’è niente di sbagliato, liberalizziamola, perché in questo modo risolviamo il problema; mi sembra che, i tentativi in questa direzione non abbiano avuto nessun effetto, quindi è vero, non so se siamo ritornati indietro o se siamo ancora fermi, ma senz’altro no abbiamo fatto grandi passi in avanti. Franco: cambiamo argomento, se di droga, di dipendenze se ne parla, più o meno, in modo giusto, in modo sbagliato, un argomento invece di cui se ne parla poco, è quello dell’anoressia; vi leggo giusto alcune righe di un articolo, di una storia di una ragazza in Israele. “Destano orrore in Israele, le ultima immagini di Ilanit Hila Almaliach, 34 anni, ex modella trasformatasi in una donna scheletrica, incapace ormai di reggersi in piedi, col volto scavato e sofferto. Un tempo Almaliach era nota a Tiberiade, in Galilea, coma “la ragazza più bella della città”. Gli amici erano persuasi che con la sua altezza, un metro e 70 e con la sua linea avrebbe sfondato nel mondo della moda. Invece la modella non ha retto alla pressione e, come tante, è caduta nella trappola dell’anoressia. L’epilogo alcuni giorni fa, quando la madre l’ha trovata morta nel suo appartamento in un povero rione della città. Pesava 32 chili: come i sopravissuti del campi di sterminio nazisti.” Gianfranco, problema dell’anoressia, come dicevo, forse se ne parla poco, ma è un problema molto vasto, con dati molto allarmanti. Gianfranco: si, se ne parla poco, perché è legato spesso a un mondo particolare, come spesso si dice, il mondo della moda e via dicendo, ma non solo. L’anoressia si collega a due aspetti, uno è un problema di carattere psicologico, relazionale e che ha la sua origine nei rapporti famigliari, in famiglia; d’altra parte si collega con l’immagine, i modelli di riferimento culturali che la società propone in vario modo, quindi le modelle bellissime ma magre, taglie di vestiti molto piccole, assenza completa di qualsiasi filo di grasso; vogliamo considerare magari anche l’aspetto della palestra che tende a voler mantenere il corpo in forma, ma in forma vuol dire anche, per le donne, magro e molto longilineo. Quindi ci sono vari aspetti in questo. La anoressia si presenta a tutti gli affetti come una forma di dipendenza e di illusione su se stessi, la persona si vede a tutti gli effetti grassa e non riesce a spezzare questa forma di dipendenza da un’immagine distorta, che lei ha di se stessa. Infatti, una cosa interessante da vedere è che l’anoressia è una problematica tipicamente, ma non esclusivamente, ma tipicamente femminile, mentre le dipendenze patologiche da sostanze, dalle droghe pesanti è un problema tipicamente, anche se non esclusivamente, maschile, è più presene fra gli uomini che non fra le donne, perché sono forme di dipendenza, sono strategie per affrontare situazioni analoghe, strategie diverse portate avanti principalmente o dagli uomini o dalle donne. Se ne parla poco, si pensa che sia un problema puramente medico, che debba essere affrontato puramente in quel modo ma alle spalle c’è invece molto di più. Franco: come dicevo, i dati sono abbastanza allarmanti, in Italia si registrano 2.200.000 soggetti di sesso femminile, che soffrono di disturbi alimentari; 1.450.000 bulimiche, 750.000 anoressiche, però di queste ragazze, solo il 40% dopo due tre anni, in media di tempo, durante il quale negano la malattia, ammette l’esistenza del problema alimentare. Gianfranco, dati allarmanti ma c’è da chiedersi cosa si potrebbe fare di più, cosa potremmo fare noi anche come cristiani, per aiutare. Gianfranco: l’anoressia ha a che fare con l’immagine di se stessi principalmente, quindi con l’accettazione di se stessi come persone, come esseri con un proprio fisico e con un proprio valore di fronte agli altri che non dipende da quello che sembriamo ma da quello che siamo interiormente, quindi dal punto di vista cristiano il punto di riferimento è migliorare la visione di noi stessi in base a un modello a un riferimento che non è quello della modella, non è quello acquisito magari in famiglia se la famiglia è stata patologica, ma in un rapporto con Dio che è il riferimento assoluto per la nostra vita. Quindi, all’interno di questo, lavorare con persone anoressiche o bulimiche, non è sempre facile, perché bisogna incominciare a scardinare quelli che sono i loro punti di riferimento cercando di inserirne dei nuovi, però è da li che si parte per poterla aiutare. Rimettere a posto il modo in cui loro vedono Dio, perché il modo in cui loro vedono Dio, determina la percezione di come Dio vede loro e quindi di come poi loro vedono se stessi per riflesso.
A cura di F.S.


